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Chiesa - Storia - Cinema (di Antonio Termenini) |
E' piuttosto difficile tracciare una filmografia ragionata sugli eventi che hanno caratterizzato la storia della Chiesa in questi duemila anni e non perché la settima arte non si sia occupata della sfera religiosa e spirituale, ma, perché la gerarchia ecclesiastica in quanto tale non mai stata posta al centro della riflessione di nessun cineasta in particolare.
L'unica eccezione, paradossalmente è rappresentata da un regista laico, additato sovente di anticlericalismo, Luigi Magni, l'unico, però, che abbia tentato un approccio storiografico alle vicende della Santa Sede, soprattutto durante il periodo risorgimentale con film più riusciti come "Nell'anno del Signore" e "In nome del Papa re" ad altri meno quale "In nome del popolo sovrano". Più cinematografiche sono risultate le figure che hanno segnato la storia della cristianità, da S. Francesco a Giovanna d'Arco.
Celeberrima, la biografia della controversa santa di Reims, "La passione di Giovanna d'Arco" diretta da Carl Theodor Dreyer in cui non si mostra l'intrepida eroina della tradizione, ma la ragazza qualunque oppressa dal potere delle istituzioni. Altrettanto memorabile quella di Jacques Rivette, (arrivata purtroppo in Italia mutilata dalla distribuzione) girata in due parti: "Le battaglie" e "Le prigioni", in cui uno dei maestri della Nouvelle Vague depaupera di qualsiasi orpello esornativo l'immensa materia narrativa, votandosi ad un realismo assoluto, spogliato di effetti scenografici, visivamente povero, ma di grande rigore e purezza.
La stessa cosa non si può certo dire per lo spettacolare "Giovanna d'Arco" di Luc Besson che ha ridotto tutta la vicenda della pulzella d'Orleans ai propri canoni estetici sempre più hollywoodiani, riducendo al minimo il travaglio e la tensione spirituale a favore di azione e turgide scene di battaglia. Anche la figura di S. Francesco ha suscitato l'interesse di cineasti e sceneggiatori nel corso degli anni. Con "Francesco giullare di Dio" Rossellini evita il ritratto agiografico lasciando emergere i dati biografici del santo di Assisi, attraverso una fenomenologia del quotidiano filtrata da uno stile asciutto e scarno. Diametralmente opposte le due versioni di Liliana Cavani, il sessantottino "Francesco d'Assisi" e il mistico "Francesco". Nel primo il santo è presentato come un risoluto oppositore del potere e del denaro e la sua ribellione anticipa i temi che avrebbero caratterizzato il Sessantotto e il dissenso cattolico, nel secondo, interpretato da Mickey Rourke, Francesco assume connotazioni cristologic he, distanti dall'agiografia tradizionale. Dopo vent'anni dal soggetto che l'aveva fatta esordire al cinema la Cavani ci mostra un Francesco in versione mistica, un homeless, outsider, un hippie votato alla castità, un ribelle solitario figlio dei nostri tempi, portatore di un messaggio assoluto di povertà.
Del medioevo i cineasti hanno, quindi, preferito filmare le personalità più carismatiche che non la quotidianità nei suoi aspetti più aspri, o l'annosa questione sul rapporto tra potere temporale e potere spirituale che attraversò la Chiesa medioevale, o ancora le sue discusse istituzioni come l'Inquisizione. Poche le eccezioni, tra cui il cupo "Il quarto comandamento" di Bertrand Tavernier, ambientato nella Francia del 1350 e "Il nome della rosa" tratto dall'omonimo romanzo di Umberto Eco. E' proprio il film di Jean Jacques Annaud uno dei pochi che, pur riducendo per ovvie esigenze narrative, l'apparato filosofico e culturale che erano alla base dell'opera di Eco, ci mostra la complessità dell'universo medioevale, conducendoci, insieme a Guglielmo da Baskerville in un monastero nel 1327 in cui vivono francescani, domenicani e delegati pontifici e dove l'Inquisizione procede ad una giustizia sommaria, in presenza di sospette eresie.
Il mezzo cinematografico ha avvertito una certa difficoltà nell'accostarsi alle aporie della spiritualità, ai suoi aspetti più intimi e profondi, ma ha, soprattutto, espresso una sorta di ineluttabile ed endemica impotenza nel raccontare i passaggi fondamentali della Storia della Chiesa, attraverso le vicende dei suoi protagonisti. Uno dei teorici dell'inadeguatezza del cinema nei confronti della sfera religiosa, in particolare negli aspetti legati al mistero della fede, Pupi Avati, con "Magnificat", una delle sue opere più sottovalutate, ha descritto un mondo ricco di contraddizioni, quello dell'alto Medioevo, pervaso dalla paura e dalla violenza, ma, a suo parere, più autentico perché ispirato all'amore di Dio. |
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