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Dei molti film realizzati in un secolo di cinema su Gesù, alcuni appaiono invecchiati per linguaggio e per tipo di lettura biblica, altri (come il muto italiano Christus di Giulio Antamoro dl 1916 o il francese Golgotha di Julien Duvivier del 1934) sono irreperibili. Se dunque vogliamo inserirci nella celebrazione del Giubileo con proiezioni sul Vangelo dovremo fare di necessità virtù e tenerci a quanto è in concreto rintracciabile. Terremo conto comunque non solo della disponibilità su pellicola - sempre più ardua terminato il (sempre più breve) ciclo di sfruttamento - ma anche di quella in videocassetta.
Due proposte si presentano come immediate, il recente I giardini dell'Eden di Alessandro D'Alatri e il Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli (l'edizione cinematografica di quest'ultimo, acquistabile in videocassetta, è naturalmente molto più breve di quella a puntate trasmessa in televisione lunga circa otto ore).
Zeffirelli - autorevole regista di teatro e di opere liriche che nel cinema ha firmato fra l'altro le versioni filmiche di capolavori shakespeariani come La bisbetica domata, 1967, Romeo e Giulietta, 1968, Amleto, 1990 - mette a frutto la sua lunga esperienza di uomo di spettacolo per una esposizione piana dei fatti evangelici, rappresentandoli secondo le linee più care alla tradizione e dunque alla iconografia popolare e servendosi anche in parti minime di acclamate "stars" del cinema internazionale. Con D'Alatri, esponente di una più giovane e nuova generazione di registi italiani, si parla invece del Cristo con il linguaggio dell'uomo di oggi che da un mondo secolarizzato e "distratto" risale verso le fonti - utilizzando nel caso anche i vangeli apocrifi o liberamente inventando - e recupera il mistero dell'Incarnazione in modo suggestivo e vivace: si vedano le sequenze sul Gesù giovane prima dell'"uscita pubblica" o il bellissimo episodio della tentazione nel deserto.
Risalendo più indietro rimane sempre essenziale il Vangelo secondo Matteo diretto nel 1964 da Pier Paolo Pasolini, vincitore fra l'altro del premio dell'O.C.I.C. (Office Catholique International du Cinéma) alla Mostra di Venezia di quell'anno. Il poeta - che si dichiarava non credente - si accosta con grande rispetto al testo dell'evangelista, che traspone sullo schermo con piena fedeltà, ambientandolo suggestivamente in una cornice pastorale-contadina fuori di un tempo storico preciso non senza richiami alla grande pittura. Egli è soprattutto interessato alla perentorietà della predicazione di Gesù, all'invito che egli fa a seguirlo al di là di ogni calcolo personale, di ogni egoismo. Non a caso sceglie dei quattro Vangeli quello di Matteo che si può considerare il più "duro". Rispetto ad altri film cristologici che privilegiano l'aneddotica, preoccupazione costante di Pasolini è invece mettere al centro, con tutta la sua forza morale e spirituale, la parola di Gesù.
Discontinuo appare invece Il Messia con cui uno dei Maestri del nostro cinema, Roberto Rossellini, concluse nel 1975 la sua carriera. Nei confronti della fede il regista fece lungo gli anni dichiarazioni contraddittorie, finendo da ultimo per confessarsi ateo. E tuttavia l'intera sua opera è attraversata dal tema della fede tramite il "vissuto" di uomini di fede: il cappellano militare di L'uomo della Croce (1943), il parroco di Roma città aperta (1945), i frati di Paisà (1946), il Santo assisano di Francesco giullare di Dio (1950), la martire santa di Giovanna d'Arco al rogo (1954), per non parlare di drammi della coscienza come Stromboli terra di Dio (1950) e Europa '51 (1952). Il Messia rispetto ai suoi capolavori segna però un passo indietro: accanto a momenti felici e inediti (la Madonna che collabora alla predicazione del figlio insegnando ai bambini) ci sono intere sequenze "tirate via" con approssimazione come quella ambientata nella reggia di Erode.
Più attenti alle esigenze industriali del grande spettacolo popolare che non ai valori profondi del Nuovo Testamento risultano perlopiù i film hollywoodiani. Meritano comunque positiva attenzione almeno due opere, Il Re dei Re (King of Kings, 1961) di Nicholas Ray, che punta sulla attualità del messaggio del Cristo, e La più grande storia mai raccontata (The Greatest Story Ever Told, 1965) di George Stevens, non derivato direttamente dai Vangeli ma da un romanzo americano di Fulton Oursler da essi ispirato. Severamente accolto dalla critica statunitense, non è meritevole di giudizi tanto negativi: esso presenta diverse libertà rispetto ai testi biblici ma è loro fedele nella sostanza. Soprattutto si distingue per l'interpretazione carismatica dello svedese Max von Sydow, forse il migliore attore mai calatosi nella figura di Gesù. Meglio lasciar perdere invece L'ultima tentazione di Cristo (The Last Temptation of Christ, 1987) di Martin Scorsese tratto dal romanzo del greco ortodosso Nikos Kazantzakis. L'idea di partenza era interessante e intrinsecamente legata al mistero di Gesù in cui si incontrano persona divina e natura umana: quella di seguirne l'ipotetico itinerario di conquista della piena consapevolezza della propria divinità a partire dalla sua natura umana. Ma ci sarebbe voluta altra forza immaginativa e altra profondità di lettura, mentre il film, come il romanzo, non si libera da una accesa sensualità che ne falsa il centro e in più aggiunge note superficiali di attualizzazione (i discepoli che parlano in americano popolare di oggi).
Accanto ai film sopra indicati si deve ricordare il "musical" Jesus Christ Superstar (id., 1973) che il regista canadese Norman Jewison trae dall'omonima "opera rock" inglese di Webber e Rice. Ripensata nel passaggio dal palcoscenico allo schermo, l'opera non costituisce un diretto adattamento cinematografico del Nuovo Testamento quanto la sua rappresentazione da parte di una "troupe" di giovani nel deserto della Palestina a contatto con i luoghi autentici. Se non sempre la "lettura" evangelica appare rigorosa e completa, il film trae comunque dalla bellissima musica profonde suggestioni spirituali capaci in particolare di attrarre il pubblico giovane alla figura di Gesù. Di un altro regista canadese, Denys Arcand, è Jesus of Montréal (1989), interessante anche se non tutta accettabile attualizzazione di quel Vangelo di Marco che finora sembra aver meno stimolato i cineasti. Il giovane Daniel interpreta Gesù in una sacra rappresentazione che le autorità ecclesiastiche rifiutano reputandola appunto troppo attualizzata. Ma Daniel continua ad approfondire il personaggio fino a ripercorrerne nella Montréal di oggi le varie tappe sino al sacrificio finale.
Vorrei infine segnalare due film italiani che liberamente inventano ai margini del testo sacro storie intensamente religiose. Il primo è L'inchiesta (1986) di Damiano Damiani, da un vecchio soggetto di Ennio Flaiano e Suso Cecchi D'Amico che giaceva nei cassetti dal '71. E' l'immaginaria inchiesta che il romano - e dunque pagano - Tauro effettua in Palestina per incarico dell'Imperatore all'indomani della Resurrezione di Gesù. I romani naturalmente non ci credono e pensano che i discepoli abbiano trafugato e nascosto il cadavere. Molto bello l'incontro a Nazareth con Maria che, morto il figlio, trascorre nel suo villaggio gli ultimi anni. Il secondo è I magi randagi, ideato da Pasolini per Totò e nel 1996 rielaborato e infine realizzato da Sergio Citti, fiaba di religiosità semplice e candida, vicenda di oggi di tre poveracci arruolati per fare i Re Magi in un presepio vivente e che si ritrovano a rivivere il misterioso annuncio della nascita del Bambino.
L'episodio iniziale del Nuovo Testamento, la notte di Betlemme, è il perno ispirativo di altri due buoni film italiani, Cammina cammina diretto da Ermanno Olmi nel 1983 in forma di storia che un carovaniere racconta al nipotino sotto la tenda nel deserto, e Per amore solo per amore che un regista dell'ultima leva, Giovanni Veronesi, trae nel 1993 da un romanzo di Pasquale Festa Campanile, analizzando con delicatezza il rapporto coniugale fra Giuseppe e Maria di fronte allo sconvolgente annuncio dell'Angelo. (In due videocassette è anche disponibile il televisivo Un bambino di nome Gesù di Franco Rossi, che rievoca con sincera partecipazione le vicende d'apertura dei Vangeli dall'Annunciazione agli anni dell'infanzia). |